Road to 100k (maybe) - Scegli in quale "mondo possibile" abitare, quello che ti porta al tuo prossimo obiettivo.
Parliamo di preparazione e di avvicinamento ad una gara e obiettivo importante.
E se ti dicessero che la differenza tra una gara di cui parlerai per anni e una che invece vorrai dimenticare non sta nel corpo, bensì nel modo in cui decidi di guardare a tutto il percorso e quindi viverlo? Probabilmente non ci crederesti.
Io non ci credevo. Finché non mi sono trovata ad affrontare una preparazione a dir poco rocambolesca, fatta di imprevisti e sfighe assurde. E poi, nella gara su cui avevo puntato tanto, in cui volevo tentare il minimo per la convocazione ai mondiali del 2026, senza sapere se avrei avuto altre occasioni (la 100k di Winschoten), dal 40°km l'intestino mi tradisce, il cronometro si allontana, e in testa un piano che sento sfilacciarsi.
Quello che poi succederà non è fortuna. È una scelta consapevole di quale storia raccontarmi, e di quale mondo abitare.
Il tamponamento in autostrada: quale storia scegli di raccontarti?
Come già scritto nei precedenti articoli, venivo da mesi di infortuni. Davanti a me, solo 4 mesi di possibile preparazione (da maggio a settembre).
Arriva luglio.
Questa ancora non l'avevo raccontata.
Avevo appena ricominciato a correre decentemente. Il tendine iniziava a collaborare e quasi non mi faceva più male. La direzione Winschoten prendeva forma reale nella nostra testa, negli allenamenti, nei tempi. (NB: Negli articoli parlo in plurale, questo viaggio l’ho costruito insieme al mio allenatore Andrea D’Aquino, con il sostegno della Nazionale e con il supporto delle persone care.)
In autostrada, un ragazzo dietro di noi si addormenta. Ci viene addosso. Salvi per miracolo. Macchina da rottamare. Due costole rotte. Ematomi che parleranno di sé per settimane. La mia schiena è praticamente bloccata.
L’ennesima sfiga del 2025! E, come sempre accade dopo questi eventi, non si sono fatti attendere i messaggi delle persone:
"È un segno"
"Forse è troppo per te"
"L'universo ti sta dicendo di lasciar perdere"
"È segnale che non è il tuo momento. Magari non è questa la tua gara"
Ma quanto è irritante?
Quante persone, sinceramente convinte, vogliono consegnarci la loro lettura pessimista degli eventi, pure di quelli che non le riguardano. Come se quello che chiamiamo "segno dell'universo" non fosse, spesso, solo il riflesso dei filtri di chi guarda.
È davvero l'universo che parla o siamo noi che ascoltiamo quello che ci conviene e che vogliamo ascoltare, per confermare credenze limitanti interne?
Se vivi in un mondo dove gli eventi confermano l'idea che "non ce la farai", ovunque ti giri troverai prove di questo. Le evidenze saltano fuori, si moltiplicano, si confermano. È una profezia che si auto-avvera.
Ma io, in quel momento, avevo già deciso da tempo di non abitare più in quel tunnel.
Io vedevo solo luce, e questo cambia completamente la lettura dell'incidente.
Cosa ci vedevo io, in quel tamponamento?
La fortuna immensa di uscirne viva e per quanto mi riguarda relativamente intera (mio marito incolume, manco un graffio)
Le gambe sono salve, niente di rotto né contuso – un lusso. È la prima cosa che ho guardato appena riaperti gli occhi dopo lo schianto: le gambe!!!
Un messaggio che ho ancora da fare e da dare molto, che quel viaggio non è finito
La conferma che la mia direzione resta la stessa, anche se la strada si è fatta più tortuosa
La realtà dei fatti è identica per tutti: stesso incidente, stesse costole, stessa macchina distrutta.
La differenza sta nella storia interna che ognuno di noi si racconta.
E quella storia, come direbbe Joe Dispenza, è ciò che prepara la realtà successiva che andrai a vivere.
Fisica quantistica quotidiana: scegliere quale mondo guardare
I nostri pensieri e stati emotivi ricorrenti non sono solo un commento sulla realtà. Sono una lente che la plasma.
La fisica quantistica suggerisce che ciò che osserviamo non è "l'unico mondo possibile", ma uno dei tanti. Infiniti scenari coesistono. La nostra attenzione funziona come un collasso di possibilità: decidiamo dove posare lo sguardo, e quello diventa reale.
“Esperimenti quantistici hanno dimostrato che le particelle subatomiche, gli elettroni, esistono in un’infinita gamma di possibilità e probabilità in un invisibile campo di energia, ma è solo quando l’attenzione di un osservatore si concentra sulla posizione di un elettrone, che quel dato elettrone appare! Una particella non può manifestarsi nella realtà, cioè nella nostra dimensione spazio-temporale, finché non la osserviamo.”
Se guardo solo il dolore, gli incidenti, le sfighe — il mondo che abito è quello. Buio, ostile, confermante.
Se comincio a prestare attenzione anche ai segnali di resilienza, alle micro-vittorie, alle possibilità — il campo delle opzioni si allarga. Improvvisamente vedo strade che prima non vedevo.
Cambiare l'abitudine di essere se stessi significa esattamente questo: scegliere pensieri, immagini interne, stati emotivi che anticipano la realtà che voglio vivere, invece di limitarsi a reagire a quella che vedo adesso.
Non è magia. È un'altra fisica. È fisica quantistica applicata alla vita.
Il tendine, le costole… sentivo il dolore. Ma ho fatto una scelta precisa: non usarlo come prova che "non ce l'avrei fatta", ma come un feedback con cui dialogare, non come un giudice, ma come l'indicatore che segnava come avremmo proseguito.
Obiettivi ben formati: non sono desideri lanciati all'universo
Sapevo dove guardare, perché avevo un obiettivo preciso in mente.
Non è il classico "vediamo come va". Non è nemmeno "spero di finire".
È un obiettivo ben formato: chiaro, sentito, allineato con la persona che voglio diventare.
Non si tratta solo di correre 100k, si tratta di correrli a un ritmo preciso, in un tempo che mi avrebbe permesso di guadagnarmi il diritto a una eventuale convocazione.
Non sapevo se ci sarebbe stata un'altra gara prima delle convocazioni, per me Winschoten era "La gara" in cui tentare il minimo: "one shot". Era da fare lì!
Nel coaching parliamo di obiettivi ben formati.
Non sono sogni romantici. Non sono wishlist da appendere al muro e pubblicare su Instagram con la speranza che l'universo li raccolga.
Sono mete costruite con cura, con una struttura precisa.
Un obiettivo ben formato ha queste caratteristiche:
è espresso in positivo — cosa voglio veramente, non quello che voglio evitare
è specifico e misurabile — so esattamente come capirò di averlo raggiunto
dipende da me — almeno nella sua parte più importante. Non chiedo permesso alla fortuna
è coerente con chi sono — non contraddice i miei valori, non distrugge altre aree importanti della mia vita
è ecologico — non brucia il mio corpo, il mio lavoro, le mie relazioni
Fare Winschoten sotto le 8 ore, per me, rispettava tutti questi punti.
Avere un obiettivo ben formato mi dava la direzione e il focus necessario, per guardare ciò che appartiene a quel mondo possibile, a quella realtà in cui avrei raggiunto il mio obiettivo.
Quando la gara non segue il copione
Partire con una tabella perfetta è un rito nel running di endurance. Lunghi progressivi, lavori di ritmo calcolati al minuto, test nutrizionali meticolosi, recuperi scritti con la maniacalità di chi sa che ogni dettaglio conta.
Su TrainingPeaks la programmazione fila. La tabella di integrazione è ordinata, precisa, plausibile. I test in allenamento ci danno conferme.
La gara è un'altra cosa. Lo sono le maratone, figuriamoci le 100k.
A Winschoten, tutto questo ordine ha iniziato a crollare intorno al 40° km, quando la dissenteria ha bussato alla porta. Non timidamente. Violentemente.
Quei gel studiati al grammo non entravano più. Le soste al bagno diventavano parte del percorso-gara. La nutrizione da manuale si trasformava in "gestisci il disastro, un ristoro alla volta".
Avevo portato con me il mio carissimo amico Gigi per gestire il ristoro che avrei trovato ogni 10km. Ero consapevole che lui avrebbe gestito ogni imprevisto (da buon Vergine!). Gel programmati con precisione certosina, con indicato il numero del giro in cui avrei dovuto prenderli. Dal 5° giro, ogni volta che passavo, era un:
“Gigi non so cosa prendere, me la sto facendo sotto!”
Lì, nel mezzo di quella confusione, avrei potuto raccontarmi una storia precisa: "Questa gara è rovinata. Non è quella che avevo immaginato. Tanto vale ritirarsi."
Chiariamoci: questo pensiero è del tutto umano, è la storia che un corpo in sofferenza ci chiama a raccontarci e non è nemmeno sbagliato a priori e per tutti. In certi contesti, inoltre, il ritiro è una scelta tecnica in virtù dell’obiettivo, dopo aver valutato quanto sono gravi le condizioni, e quali piani B e C esistono.
Ma nel mio caso la gara non era rovinata. Il piano magari sì, ma il tempo di qualifica era ancora lì, anche se lo vedevo allontanarsi.
Avrei potuto abitare un mondo:
Quello dove la dissenteria era l'evento centrale. Il nemico. La prova che non ce l'avrei fatta.
Oppure potevo abitare un altro mondo:
Quello dove la dissenteria era un imprevisto da gestire, ma non avrebbe deciso della mia gara. La storia della mia gara era una testa che rimaneva in campo nonostante tutto. Un minimo da portare a casa.
La differenza non era nel corpo. Era nel focus – su cosa decidevo di guardare.
Nella gara, quando la mente inizia a urlare, il self-talk, il dialogo interno, diventa uno strumento di sopravvivenza mentale:
"Gestisci questo giro, uno alla volta, non tutta la gara."
"Finché corri, sei dentro."
"Adesso conta solo il prossimo ristoro. Poi vediamo."
Non erano frasi motivazionali da post social. Erano indicazioni di realtà alternative, modi di guardare che potevano salvare la gara.
Quello che è successo gli ultimi giri a Winschoten, lo racconterò nel prossimo articolo…
Per te ora!
Prenditi un momento per riflettere, prendi carta e penna e scrivi (e se ti va, condividilo nei commenti… lo leggerò con piacere!):
Quale storia ti racconti abitualmente quando accade qualcosa di difficile nella tua vita? È una storia che ti fortifica o ti limita?
Se potessi scegliere consapevolmente il "mondo" in cui abitare in questo momento in base ai tuoi obiettivi, che mondo e scenari ti rappresenteresti?
Quali "micro-vittorie" o "segnali di resilienza" stai trascurando perché la tua attenzione è catturata dalle difficoltà?
Hai un obiettivo ben formato davanti a te? Rispetta tutti i cinque criteri scritti sopra?
Hai frasi motivazionali che ti danno forza?
“Spesso è l’avverarsi della peggiore delle ipotesi a dare inizio ai cambiamenti in grado di migliorare la nostra salute, le nostre relazioni, la carriera, la famiglia e il futuro. Il mio messaggio è: perché aspettare?”
Commenta, scrivi le tue esperienze, condividi... stay tuned!
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Oggi…
Allenamento
Sono arrivata terza al Campionato Italiano di 50k a Porto Recanati, puntavamo all’oro? Certamente!
Ma sono conspaevole del percorso di crescita che sto facendo grazie al programma di allenamento del mio preparatore.
E’ un periodo intenso lavorativamente e sportivamente parlando.
Lo scorso week-end abbiamo combinato due eventi sportivi ravvicinati tirando fuori più di 75km a ottimo ritmo.
La stanchezza è arrivata ieri, fame e sonno fuori misura.
E’ arrivato il momento di ascoltarsi e prendersi qualche giorno di recupero!
Sarò a Roma per tutta la settimana pre-maratona con attività legate alla respirazione nel running… se e come correre la maratona lo decideremo in questi giorni.
Prossimo obiettivo: 50k di Romagna (25 aprile) e Il Passatore (23 maggio).
Testa
La stanchezza è anche “nervosa”. Tanti stimoli (tutti meravigliosi), tante novità… sento il bisogno di prendermi momenti di isolamento per spegnere la testa e lo faccio.