Road to 100k (maybe)- La luce entra dalle crepe, è lì che nascono i sogni quelli veri.
I sogni non arrivano quasi mai quando sei forte, centrata e in pieno controllo.
Arrivano quando ti senti a pezzi, quando sei a terra e pensi di non avere più nulla da perdere.
È lì, nel silenzio di una facciata che crolla, che qualcosa di nuovo inizia a sussurrare.
In quella crepa, qualcosa di più autentico prova a farsi spazio. Lascialo entrare!
In questo articolo voglio ripercorrere insieme a te alcune fasi dell’inizio di questo viaggio ed approfondirne alcune tematiche che toccano tutti noi, runner e non.
Buona lettura.
Il diritto di essere rotti
Come raccontavo nello scorso articolo la fine del 2024 e l’inizio del 2025 mi mettono a dura prova.
Un tendine infiammato, un polso rotto, una caduta in bici, lavori odontoiatrici.
Sono un cantiere aperto: visite, medici, operazioni.
Mi sento inerme, svuotata, senza la solita forza di reagire.
È l’ennesima battaglia, ma questa volta non mi sento la solita guerriera.
“Rotta”: l’identità come armatura, il Sé come essenza
“Rotta” non è una diagnosi medica.
È quella sensazione di guardarti allo specchio e non riconoscere più l’atleta che eri.
Succede per un infortunio che ti strappa il pettorale di dosso, per una gara che salta, per una stanchezza che il sonno non risolve e che scava nell’identità.
Mi trovo a chiedermi:
“Se non sono quella che corre, chi diavolo sono?”
“Se oggi fatico a fare dieci chilometri, come posso anche solo pronunciare la parola ‘100k’?”
Negli anni mi sono costruita un’armatura fatta di tempi al chilometro, chilometri settimanali e gare portate a casa con i denti.
È la mia faccia pubblica, quella che mi fa sentire forte.
In psicologia la chiameremmo Persona: la maschera che indossiamo per dirci che siamo atleti, che “reggiamo tutto” e che non molliamo mai.
Ma sotto quell’armatura c’è il Sé, la mia essenza più nuda.
Il rischio è identificarmi così tanto con la corazza che, quando la vita mi colpisce e l’armatura si spacca, penso di essere finita pure io.
Davanti allo specchio non mi riconosco più.
È come se perdessi una parte di me.
In realtà, quello che si è rotto non sono “io”: ma l’immagine di me a cui mi ero aggrappata.
Elaborare il lutto di chi ero
Uno stop lungo non è solo riabilitazione: è un lutto.
Prima c’è la negazione: “È solo un fastidio, passa in una settimana”, continuo a correre sopra il dolore. Guardo su internet e mi iscrivo alle prossime gare che probabilmente non farò mai. Compro nuovi modelli di scarpe, mi informo sull’ultimo modello di Garmin… tengo viva la speranza: domani passerà!
Poi arriva la rabbia: verso il corpo, la sfortuna, il sistema, chiunque capiti a tiro. Divento inavvicinabile perché è colpa del mondo: “Il nutrizionista doveva stare più attento…”, “L’allenatore ha esagerato questa volta…”, “Sapevo che il fisioterapista non ci capiva niente…”
Entra la contrattazione: “Se sto ferma tre giorni, poi posso fare il lungo”, piccoli patti per non guardare in faccia la realtà. Mi riprometto di fare più stretching, più rinforzo muscolare, così tornerò presto a correre e non capiterà più!
Dopo c’è il vuoto: il divano, le scarpe ferme vicino alla porta, le notifiche delle gare che guardo e seguo da fuori. Mi manca la corsa, ma soprattutto mi manco io: sentirmi forte, coraggiosa, pronta a tutto. Per fortuna c’è ancora la cioccolata! Ha! E soprattutto le persone che mi vogliono bene e mi supportano, anche se in questo momento non sono in grado di apprezzarlo. La mia squadra Atletica Castello è una famiglia. Tra runner si capisce la fatica del momento, si trova il modo e le parole per starsi vicino.
Infine l’accettazione: smetto di combattere l’idea di essere un cantiere aperto e inizio, piano, a viverlo come uno spazio dove ricostruire.
Il lutto non finisce quando torni a correre.
Finisce quando fai pace con l’idea che non tornerai più esattamente come prima – e scopri che, forse, è una fortuna.
Il sogno arriva con un messaggio, mentre il divano mi inghiotte
È il 27 febbraio 2025, sono immobile sul divano. Ho dolore alla gamba a stare ferma, e il polso è fresco di frattura pulsante, la bocca nel bel mezzo dei lavori odontoiatrici che mi costringono a cure antibiotiche. Che immagine spettacolare!
Proprio mentre mi sento più lontana possibile dalla “me atleta” di una volta, arriva un messaggio.
Monica Casiraghi, tecnico della Nazionale di Ultramaratona:
“Ciao Sarah, come stai? Stiamo valutando un raduno della Nazionale a Licata in Sicilia il primo week end di aprile, tu ci saresti?”
Monica Casiraghi non è solo un’atleta formidabile, ma guida il gruppo femminile della Nazionale di 100k con grande passione e visione per il futuro. Crede e ha sempre creduto nell’ultramaratona come disciplina atletica, in cui gli atleti corrono e corrono per davvero!
Allenamenti, impegno, fatica, sacrifici, sogni, speranze e delusioni… sono le stesse che accompagnano un atleta che prepara un’ultramaratona, niente di meno di ciò che serve per le gare più corte, anzi a volte ci vuole un pizzico di cuore e di coraggio in più!
Se qualcuno avesse guardato solo da fuori, avrebbe visto:
una che arriva da un infortunio al tendine,
un polso riparato a suon di placche,
un percorso tutto tranne che lineare.
Io vedevo solo crepe.
Lei, invece, vedeva un potenziale. Un possibile tempo sulla 100k sotto le 8h, valido come tempo per la convocazione ai prossimi mondiali 2026.
Quel messaggio è un defibrillatore: uno schiaffo e una carezza insieme.
Mi porta a vedere ciò che io non vedevo più: sotto i cocci della mia identità ferita, il Sé di atleta è ancora lì.
Scelgo di fidarmi del suo sguardo, quando il mio non ci riesce più.
“Certo che ci sono!”
E ora chi lo sente il mio ex-allenatore?
il mio primo pensiero è:
“O con Andrea, o non se ne fa niente!”.
Dal mondiale di Ironman a Nizza 2024 avevo interrotto la mia collaborazione con il tecnico e preparatore che mi seguiva da qualche anno nel triathlon: Andrea D’Aquino. Ex azzurro di triathlon, persona tanto sensibile quanto preparata.
Il desiderio di provare a spostarmi sulle 100k era nato prima del messaggio di Monica, ma sempre grazie a lei e all’entusiasmo che portava alle gare di Ultramaratona.
Dopo l’Ironman avevo, però, deciso di intraprendere un nuovo percorso con un nuovo tecnico.
Non so nemmeno io che mi credevo di fare cambiando all’improvviso il preparatore che mi seguiva da anni e aveva una conoscenza profonda di me come atleta. Credevo che nuovi stimoli mi avrebbero portato fortuna… hahaha!
Lo chiamo quasi tremando, con la paura di un “Sarah, ma vaffa…”, e invece anche lui ci crede! Mi esplode il cuore.
Gli spiego tutta la solfa degli infortuni che mi hanno perseguitata da ottobre 2024, il suo commento:
“Ma si può davvero scivolare dalle scale mobili e rompersi un polso? ”
Sorrido, quasi per non commuovermi, mi alleggerisce il cuore. Gli racconto di questo nuovo sogno passato tra le crepe di un’immagine di me “rotta” e quasi abbandonata. Il sogno della “ maglia azzurra”.
“Abbiamo 4 mesi per preparare la 100k di Winschoten e correrla in meno di 8h! Io ancora un po’ zoppico, ma ce la possiamo fare, che dici?”
“Ok!”
Sempre stato di poche parole, ma quelle giuste!
Tremo, sono euforica. Sfida accettata!
Ora ho tutti i pezzi del puzzle, devo “solo” correre per 100k sotto i 4’48” min/km.
I sogni si intrufolano tra le crepe
Un cantiere è caos, polvere e rumore.
Ma è anche l’unico posto in cui qualcosa di nuovo può nascere.
Sentirti rotta non significa essere difettosa.
Significa che le vecchie certezze – quelle che ti facevano sentire invincibile ma ti stavano strette – sono esplose.
In quello spazio vuoto, tra le macerie di chi credevi di essere, puoi finalmente chiederti cosa vuoi e chi sei davvero.
Quando l’identità esterna si crepa, succede questo:
crollano le aspettative (“devo fare il tempo”, “devo dimostrare che merito la maglia”);
emergono domande nuove:
“Che cosa desidero davvero, al di là dei tempi e dei ‘brava’ degli altri?”
“Se smettessi di confrontarmi con la me di cinque anni fa, che sogno sceglierei adesso?”
È da lì che nascono i sogni diversi: più radicati, più profondi, più veri.
Una 100k, una gara sul Monte Rosa fuori comfort zone, un progetto che ti espone, un percorso che non puoi controllare in ogni dettaglio.
Quel sogno non arriva nonostante la crepa.
Arriva attraverso la crepa.
Non arriva quando sei perfetta, ma quando finalmente smetti di fingere di esserlo.
L’infortunio ti toglie certezze, ma ti restituisce domande più vere.
Il polso bloccato ti obbliga a rallentare e, nel rallentare, scopri cosa ti muove davvero.
La chiamata della Nazionale arriva proprio quando ti senti la candidata meno adatta e ti costringe a rimettere a fuoco chi sei oltre la paura.
Ho capito che una 100k non è solo una distanza.
È un modo di stare a lungo con me stessa e abitare anche i miei pezzi fragili.
La preparazione, giorno dopo giorno, sta diventando questo:
ascoltare quando il corpo dice “basta” e quando sussurra “puoi ancora un po’”;
usare il respiro non solo per fare il tempo, ma per reggere paura, stanchezza, voglia di mollare e attivare un ascolto interno reale e vivo;
accettare che non devo dimostrare niente a nessuno: posso correre per vedere chi divento lungo la strada e divertirmi nello scoprire le mie possibilità di essere, tenendo viva la curiosità e lo stupore verso me stessa.
La 100k, per me, è un sogno nato da un momento in cui mi sentivo rotta. La “maglia azzurra” sarebbe la ciliegina sulla torta, ma non deciderà della mia essenza come atleta e come persona. Mi sento libera.
Ed è proprio per questo che questo sogno è così potente: perché non chiede perfezione, chiede verità.
Guardiamoci dentro, da atleta a atleta… prendi un foglio e scrivi!
Se ti senti rotta o rotto (parlo anche ai maschietti!), se qualcosa in te scricchiola, forse non è il momento di chiudere il cassetto dei sogni.
Forse è il momento di aprirlo.
Prova a fermarti un attimo e chiederti:
Chi sei oltre il cronometro?
Se domani sparisse la tua capacità di correre, quali parti di te resterebbero accese?Il tuo “cantiere”:
Riesci a vedere la fragilità di adesso non come un fallimento, ma come lo spazio necessario per far nascere un sogno più tuo e meno “di copertina”?La luce:
C’è una chiamata, un progetto o un desiderio che stai ignorando solo perché ti senti “non abbastanza in forma” per accoglierlo?
A volte la vita non ci chiede un piano perfetto.
Ci chiede solo se abbiamo il coraggio di dire “sì” mentre siamo ancora in costruzione.
Non cercare di aggiustarti in fretta per tornare come prima: quella o quello di prima non esiste più.
Questo non è un epilogo.
È il momento esatto in cui il tuo prossimo sogno sta prendendo forma.
Se ti va, raccontamelo nei commenti.
Commenta, condividi le tue esperienze, scrivimi... stay tuned!
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Oggi…
Allenamento
E’ un periodo con diverse gare e competizioni, in cui ho ritrovato la voglia di divertirmi, condividere e conoscere nuove persone. Vivo gli avversari come compagni: mi sento vicina alla loro fatica, al loro impegno, alla loro passione; nutro profondo rispetto per ciascuno nel proprio speciale e privato viaggio nelle ultra. Poi… la gara è la gara, non c’è storia! Si dà tutto.
Ieri ho corso il mio primo doppio allenamento con lavoro. Ripetute in salita al mattino e 10x400 al pomeriggio. Ho visto la morte in faccia!
Tra due settimane il Campionato Italiano di 50k all’Ultramaratona del Conero.
Testa
E’ un periodo incredibilmente vivace dal punto di vista mentale. Mi appassionano nuove letture, nuovi studi. Una nuova energia, una mente più viva e curiosa si sta facendo spazio.
I percorsi di respiro e barefoot mi stanno centrando, mi stanno rimettendo in contatto con parti di me che erano state assorbite e chiuse dall’armatura, e che aspettavano solo di essere riscoperte.