Road to 100k (maybe) - Quando la gara non segue il copione
Nel precedente articolo ho raccontato di come, tra infortuni, un tamponamento in autostrada e una preparazione rocambolesca, la 100k di Winschoten rischiasse di diventare “la gara rovinata”.
Abbiamo parlato di mondi possibili, di come la storia interna che scegli di raccontarti possa trasformare un incidente o una crisi in un segnale di fine… o in un passaggio di crescita.
Oggi riprendo il filo proprio da lì: siamo dentro la gara, il piano sta saltando, il corpo è in protesta. Cosa ti tiene in campo quando il copione è andato in fumo?
Mancano “solo” 5 giri (= 50km) alla fine…
Il respiro come reset.
C’è un altro strumento che porto sempre con me: il respiro. Non costa e non pesa niente, ma fa la differenza.
Saperlo usare significa avere un telecomando per regolarsi internamente, per ritrovare la lucidità, rimanere in gara con un pensiero focalizzato che non parte per la tangente a costruire mille scenari catastrofici e auto‑sabotanti.
Mi ascoltavo respirare, cercavo di sentire il respiro profondamente, usare la biomeccanica giusta, trovare un ritmo respiratorio che mi calmasse, abbassasse la sensazione della fatica e mi riportasse al momento, alla mia gara, al mio obiettivo.
Lo coordinavo ai passi per ritrovare centratura. Ho sentito abbassarsi l’attivazione nervosa, liberarsi spazio mentale per aprirmi a un dialogo interiore funzionale al momento.
Ogni volta che uscivo dal box‑bagno e dovevo tornare a correre, era una nuova occasione per dimostrare a me stessa che ero ancora lì, che il gioco non era finito e che il finale era ancora da scrivere.
Self‑talk: il dialogo che ti tiene in gioco
Avevo già accennato al dialogo interiore nello scorso articolo. Il dialogo interno è costante, guida la lettura che diamo del mondo. Nei momenti di difficoltà e stanchezza tendiamo ad attivare il “pilota automatico”, che richiede basso consumo e basso impegno.
È proprio in quei momenti che il nostro dialogo interno si fa sentire più forte: ci dà interpretazioni veloci di ciò che sta accadendo, spesso influenzate da distorsioni cognitive profonde, e ci propone facili soluzioni basate su quelle stesse interpretazioni.
“Ritirati!”
La voce che ti parla nel momento in cui le gambe bruciano e il cronometro non è più amico può essere distorta da interferenze interne.
In quella 100k, le frasi che mi sono servite sono state semplici, concrete, tecniche:
“Gestisci questo giro.”
“Resisti fino al prossimo box‑bagno.”
“Finché corri, il gioco non è finito.”
“Arriva al prossimo ristoro.”
“Raggiungi la persona davanti a te, che ce l’hai.”
Tre caratteristiche fondamentali di un self‑talk efficace:
è breve – la mente affaticata non elabora poemi e grandi storie;
è concreto – riguarda ciò che puoi fare adesso, non tra 30 km;
è rispettoso – non ti umilia mentre sei già in difficoltà.
Nella pratica, questo significa sostituire frasi vaghe e giudicanti (“Non ce la faccio”, “Sei ridicola”) con comandi chiari o descrittivi (“Un passo alla volta”, “Respira e riparti”, “Arriva al prossimo chilometro”). Sono piccole ancore lessicali che ti riportano al presente e ti aiutano a scegliere consapevolmente quale mondo abitare.
A/B/C goal: la scala di grigi che salva la vittoria interna
Se mi avessero detto, prima della partenza, che il mio tempo A sarebbe saltato per aria, probabilmente avrei mollato tutto al 40° km.
Per questo, prima di entrare in competizione, avevo costruito un sistema di tre obiettivi: A, B e C. È una modalità che uso anche in coaching per dare flessibilità mentale all’atleta nelle gare lunghe.
Goal A: il sogno. Il tempo perfetto, la gara come l’avevo immaginata, tutto che gira. Per me: sotto le 8 ore, con margine sicuro.
Goal B: l’obiettivo realistico. Quello che fai se ci sono normali imprevisti – un’aria storta, una giornata così così – ma nulla di drammatico. Ancora sotto le 8 ore, ma con meno margine.
Goal C: il punto di dignità. Quello che ti permette comunque di rimanere fedele a chi sei a prescindere dal risultato cronometrico. Per me: restare nella gara, un chilometro alla volta, e comunque provare a giocarmi il minimo finché è matematicamente possibile.
Dal 40° km in poi, Goal A è sparito dal tavolo. Goal B ha iniziato a sfilacciarsi come una vecchia tela. Mi sono aggrappata al Goal C: restare dentro. Continuare a correre. Un chilometro dopo l’altro.
Questo sistema non ti evita la frustrazione, ma ti impedisce il salto logico più pericoloso: da “non sarà la gara perfetta” a “tanto vale ritirarsi”. Ti dà una scala di grigi in uno sport che, altrimenti, tende a essere solo bianco o nero.
Ultimo giro: cosa mi teneva in gara?
Dopo 90 km, senza potermi alimentare se non bevendo coca‑cola (che in più gare si è rivelata la mia salvezza), ero sfinita, muscolarmente e mentalmente.
“L’ultimo giro”, detta così, sembrava quasi finita… meglio non pensare che significava correre altri 10 km in quello stato. È incredibile quanto le prospettive cambino quando affronti gare di 100 km.
L’idea che fosse l’ultimo giro mi sollevava, ma sentivo l’energia a terra e avevo bisogno di trovare un senso a quell’estrema fatica, a quelle gambe che correvano solo perché la testa ordinava di andare avanti.
Ho trovato la mia distrazione – e la mia fiducia – nella matematica.
Contavo alla rovescia i km e i minuti che mi separavano dal mio obiettivo. Ricalcolavo in continuazione il ritmo che avrei dovuto mantenere per portare a casa il minimo, anche solo per un secondo:
“Posso correre a 5’40”/km e ce la faccio comunque.”
“Adesso potrei anche correre a 6’/km e sarei ancora dentro le 8h.”
“Una camminata veloce, che vuoi che sia.”
Il tifo di Monica, di Ilaria, di Paolo… Gigi che è venuto a trovarmi lungo il percorso.
A circa 5 km dalla fine vedo la seconda donna in classifica poco davanti a me. La metto come obiettivo e la raggiungo. Lei si mette dietro di me.
“Ok, sono seconda. Ora imposto un ritmo comodo e me la gioco con astuzia.”
Poi ci raggiunge l’altra atleta italiana che era venuta con noi a Winschoten, Antonella. Si mette in testa a questo simpatico trenino di tre “carrozze” a un ritmo che io avrei tenuto più basso. Non lo sento mio.
Non vi dico i santi che ho disturbato in quel momento.
“Ma che ca..., facciamo gioco di squadra, no?! Ma dai...”
Ci provo, tengo duro e cerco di non perdere la scia. Mi concentravo sui loro piedi, nel tentativo di imitarne il ritmo.
Sentivo e vedevo che si allontanavano quasi impercettibilmente, da me. Non reggevo quell’andatura.
Lentamente mi sono staccata. Era questione di sopravvivenza, a quel punto.
Ormai mancava davvero poco alla fine. Continuavo a calcolare il passo che avrebbe garantito il risultato. Non avevo più gambe, non avevo più fiato. La gola aveva iniziato a stringersi insieme ai bronchi, mi mancava l’aria, sentivo fatica a respirare.
Ancora 2 km alla linea di arrivo.
Anche la terza donna aveva mollato il ritmo incalzante di Antonella.
Si guardava dietro, preoccupata che potessi raggiungerla e rubarle la terza piazza… mi veniva da sorridere:
“Ma dove vuoi che vada, se a malapena respiro?”
Le avevo a così poco da me, centinaia di metri su 100km.
L’unica cosa che contava adesso era arrivare in tempo.
Avevo calcolato che potevo correre anche a 6’30”/km e sarei stata entro le 8 ore. In tutto quel caos fisico, questa consapevolezza mi dava sollievo. La lucidità mi ha salvata: non l’ho persa nemmeno per un secondo.
Arrivo (e cosa resta?)
7h58’13”
Non mi rendevo conto di avercela fatta, della gioia che era sepolta dalla stanchezza e dallo sfinimento, tanto ero stravolta.
Monica mi prende per le spalle, io barcollo.
“Ce l’hai fatta!”
“Sì... non riesco a respirare, non riesco a respirare!”
Gigi mi abbraccia.
“Lo sapevo che ce l’avresti fatta! Quando ti hanno visto in crisi mi hanno detto di venire a spronarti, ma ho risposto - Non serve, ce la fa! - lo sapevo.”
Andiamo nell’atrio di ritrovo post‑gara, mi siedo, bevo del brodo caldo e per un attimo mi fermo. E vengo travolta.
È una sensazione stranissima. Mi sentivo inerme su quella sedia, in mezzo a tutto quel caos, e allo stesso tempo sola, in una bolla di silenzio. In pochi secondi ho ripercorso tutto: il primo infortunio, la frattura del polso e l’operazione, l’incidente in autostrada, i raduni estivi, Monica, le ragazze della Nazionale, Andrea, Gigi, Alessio e i lunghissimi alle 4 del mattino, la mia squadra Atletica Castello. Tutte le persone che ho incontrato fino a quel momento e che, a modo loro, hanno fatto parte di quel traguardo.
Che viaggio incredibile.
“Caxxo, ce l’abbiamo fatta!”
Finalmente mi sono concessa un po’ di commozione, avevo solo voglia di lasciarmi andare.
Per te ora!
Se ti va di portare tutto questo dentro la tua prossima gara (o il tuo prossimo grande obiettivo), ti lascio tre spunti pratici:
Scrivi le tue 3 frasi di self‑talk per i momenti di crisi: brevi, concrete, rispettose. Testale già nei lunghi.
Disegna i tuoi A/B/C goal per la prossima gara: sogno, realistico, punto di dignità.
Scegli un protocollo di respiro semplice da usare in corsa quando senti che la testa sta scivolando nel panico: pochi respiri consapevoli, coordinati ai passi.
Se vuoi condividere ciò che emerge, raccontarmi la tua “gara che non segue il copione”. Se vuoi lavorare insieme su questi strumenti, scrivimi nei commenti o in privato: mi piace leggere le storie di chi, come me, continua a scegliere il mondo in cui restare in gioco.
Commenta, scrivi le tue esperienze, condividi... stay tuned!
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Oggi…
Allenamento
Ho corso la Run Rome The Marathon e sono arrivata 2° donna italiana. Che gioia! Dopo settimane di stanchezza estrema son o riuscita a ritrovare voglia di stare nella fatica con grinta e determinazione, portando a casa un ottimo risultato in una maratona affatto facile.
Questo week-end (18 e 19 aprile) sarò a Prato in occasione della mezza maratona per portare tecniche e consapevolezza di respiro, per il benessere e la performance sportiva. Correrò la gara con lo scotch sulla bocca e respirazione esclusivamente nasale. Curiosi?????
Prossimo obiettivo: 50k di Romagna (25 aprile) e Il Passatore (23 maggio). Che emozione!
Farò dei lavori in salita con parecchio dislivello per allenare una gara un po’ fuori dalla mia confort-zone, la Monte Rosa Sky Summit del 13 giugno, in cordata con un mio caro amico.
Testa
Il lavoro mi sta portando tante soddisfazioni ed emozioni positive. È un momento in evoluzione, di progetti e nuove sfide. Dirigo la zattera avendo chiaro dove voglio arrivare e cercando di sfruttare corrente e vento a favore.