Road to 100k (maybe) - Il Passatore, il titolo che sfuma e un “definitely”!
Nell’ultimo articolo vi avevo lasciati con una promessa: raccontarvi il mio Passatore. Poi è arrivata l’estate, è arrivata la convocazione, ed è arrivata anche voglia di scrivere solo la parte bella, quella con la maglia azzurra già indosso. Ma questo blog non è mai stato il diario di una vittoria lineare. È il tentativo di raccontare cosa c’è dentro un sogno mentre lo si sta ancora rincorrendo — con tutta la fatica, la paura e, a volte, l’imprevisto che arriva quando pensavi che il capitolo fosse già chiuso.
Quindi rimettiamo le cose in ordine. Vi devo ancora quei 100 chilometri da Firenze a Faenza.
Firenze, ore 15, oltre 30 gradi
Non avevo scelto il Passatore per dimostrare qualcosa. Nei primi mesi dell’anno i risultati erano già arrivati: la vittoria alla 6 Ore della Maremma, il terzo posto assoluto e il primato italiano di categoria sulla 50 km al Campionato Italiano, il podio alla Maratona di Roma come seconda italiana, il quarto posto assoluto e secondo italiano alla 50 km di Romagna. Non avevo bisogno di un’altra prova per me stessa, in vista di un’eventuale convocazione ai Mondiali.
Il Passatore era altro. Era un premio che mi concedevo. Era la storia di un’ultramaratona di cui avevo sentito parlare per anni, e a cui finalmente volevo appartenere. Il fatto che fosse anche Campionato Italiano di 100 km alzava inevitabilmente l’asticella delle aspettative — le mie e quelle di chi mi segue — ma avevo deciso, con largo anticipo, di non lasciare che quella pressione mi entrasse dentro. Volevo godermelo. Tirare fuori il meglio di me restando in ascolto: del corpo, della mente, del respiro.
Piazza Duomo, Firenze, ore 15. Oltre 30 gradi. Con me, ad aspettarmi ai ristori con acqua e integratori, c’era mio marito — santissimo uomo, che da anni mi segue in queste imprese senza mai chiedermi perché lo faccio, solo come può essermi utile. Sapevo già, prima ancora del via, che il caldo andava gestito con intelligenza fin dai primi chilometri.
Poi è partita la pistola, ed è successo quello che succede sempre: l’emozione ha preso il sopravvento sulla strategia. La voglia di stare davanti ha prevalso sul buonsenso. Ho sentito il fiato che non mi reggeva il passo e un dolore al fianco. Il corpo parlava chiaro, e stare a sentirlo era l’unica strategia sensata. Ho rallentato. Ho perso il gruppo di testa, ma non la concentrazione: se quel giorno qualcuna aveva più energia di me all’inizio, era giusto così. Dieci minuti dopo il dolore al fianco era sparito, e le gambe hanno ricominciato a girare con più agilità. Ho iniziato a riprendere persone — e chi corre sa bene che scarica di energia possa dare.
Ai piedi della Colla ero quarta assoluta e terza italiana. Davanti a tutte, ovviamente, Nikolina Sustic: un’aliena dell’ultramaratona, data per vincitrice fin dalla vigilia, e così è stato — ha persino migliorato il proprio record del percorso.
La salita l’ho gestita con calma, senza esagerare, controllando il respiro non solo per risparmiare energia ma per leggere il mio stato attraverso di esso. È lì, con mio grande stupore, che ho ripreso la seconda italiana: un’atleta fortissima, forse penalizzata dal caldo più di me. La prima italiana la conoscevo di fama. Non so spiegare perché, ma non mi intimoriva. Correvo con la convinzione tranquilla che, prima o poi, l’avrei ripresa.
La discesa che non è il mio forte
Scavallato il Passo della Colla inizia la discesa, e qui devo essere onesta: non sono un drago. Faccio fatica a lasciare andare le gambe, trattenuta dalla paura di inchiodarle. Ma quel giorno ho deciso di provarci lo stesso, di lanciarmi un po’ di più del solito. Intorno al 60° chilometro ho alzato il ritmo per riprendere la ragazza davanti, sempre più vicina. Sapevo di rischiare — su 100 km ogni energia spesa va ponderata con cura — ma quel giorno volevo anche divertirmi, osare, provare. L’ho ripresa intorno al 70° chilometro.
I sorpassi, nelle ultramaratone, sono uno schiaffo psicologico per chi li subisce e una scarica di adrenalina per chi li fa. Lei non stava al 100% e quel sorpasso l’ha spinta al ritiro. Ma è importante dire una cosa: tra avversarie, nell’ultra, c’è un rispetto enorme. Il solo essere lì, al via, significa mesi di dedizione, fatica e passione che ci si riconosce a vicenda. I sorpassi non sono mai un insulto: sono, quasi sempre, un incitamento reciproco.
Il polpaccio, il respiro, il buio che arriva
Tutto sembrava filare, finché intorno all’80° chilometro ho sentito il polpaccio sinistro indurirsi. Ho rallentato appena, ho iniziato a distendere il respiro, allungando le espirazioni per ridurre la tensione generale del corpo — e in particolare del tricipite. È durato un po’, poi è passato. Nel frattempo il giorno lasciava spazio all’imbrunire: paesaggi primaverili toscani, variazioni di luce che rendevano il viaggio ancora più epico. Ero prima italiana. Mio marito mi ha guardata e mi ha detto:
“Sarah, andiamo a prenderci il titolo!”
“Andiamo a prenderci il titolo”
Ho iniziato ad avvertire la stanchezza vera, quella che ti toglie l’agilità del passo. Ho abbassato il ritmo perché sentivo che, se avessi rischiato oltre, avrei perso tutto e non solo il primo posto italiano (secondo assoluto). Intorno al 90° chilometro, mentre si faceva sera, ho sentito il fiato di Daniela Valgimigli sul collo. Che atleta potente. Ho provato a starle dietro imitandone il ritmo, ma quando non ne hai più, non ne hai più. E in quei momenti l’unica cosa da fare è gestire la fatica e l’energia senza perdere focus.
Mio marito ha provato a incitarmi:
“Dai, stalle dietro, non lasciarla scappare!”
L’ho zittito. Solo chi corre, e ha provato cosa significa davvero “raschiare il fondo”, può capire quella reazione: in quei momenti non esiste la parola giusta. Ma la lucidità non mi ha mai abbandonata, nemmeno per un secondo. L’ascolto interno e il respiro mi hanno aiutata moltissimo a restare presente invece che a inseguire un’illusione.
Gli ultimi 10 km, corsi ormai al buio, sono stati duri ma pienamente vissuti fino in fondo. Il tifo lungo il percorso mi ricordava quanto fossi fortunata a essere lì, con accanto l’uomo che amo, a sostenermi nell’inseguire i miei sogni. Facevo fatica, ma non soffrivo: ero esattamente nel posto giusto, al momento giusto. Avevo capito che il titolo di campionessa italiana era sfumato. Restava da gestire la parte più importante: finire al meglio delle mie possibilità.
Faenza, 8h02’21"
Non dimenticherò mai l’ingresso a Faenza. Le persone lungo la strada, l’ultimo chilometro segnato, il tifo che ti accompagna fino all’arrivo — le voci così forti da coprire persino la fatica. Mio marito, arrivato con me fin dove la bicicletta poteva seguirmi, mi ha detto:
“Vai a prenderti l’arrivo.”
“Non lasciarmi sola!”
Mi viene ancora da sorridere a ripensarci. Ma oltre un certo punto lui non poteva passare, e allora resti “sola”: tu, le tue emozioni, e così tanta gente da perdere la testa.
Il traguardo: 8h02’21“. Terza assoluta, vicecampionessa italiana di 100 km 2026. Appena arrivata, tanti abbracci e affetto
“Sarah, ma cosa hai fatto?!”
A quel punto le atlete convocate per il Mondiale di 100 km, che si terrà a settembre ad Ames, in Spagna, non erano ancora state nominate. Ma quel risultato è stato un ulteriore segnale della mia forma fisica di quest’anno, a conferma di un percorso in crescita, a un anno di distanza dal mio ultimo, lungo infortunio.
Pistoia-Abetone: dare anche quello che non avevo
La convocazione è arrivata dopo la 50 km Pistoia-Abetone, gara durissima a cui ho partecipato per la terza volta consecutiva — vincendola anche quest’anno, per la seconda volta. In quell’edizione ho dato davvero tutto, e anche quello che non pensavo di avere. Sono arrivata stremata per il caldo e per le pendenze impegnative: la volevo vincere a ogni costo. Dopo l’arrivo, un crampo unico che dalla schiena arrivava fino ai piedi, mai successo prima, sono stati la misura di quanto avessi speso.
Qualche giorno dopo è arrivata la comunicazione ufficiale della convocazione ai Mondiali. Leggerla nero su bianco è stato commovente. Mi è passato davanti tutto quello che è successo in questo anno di ripresa: i primi mesi di corsa quasi zoppa, il dolore al tendine, le costole rotte, i momenti di buio, un crollo psico-fisico, e poi la risalita — ritrovare senso nel percorso, ritornare a desiderare la fatica, trovare di nuovo divertimento nella sfida, riconquistare fiducia in me stessa come atleta e come persona. Perché dietro tutto questo c’è stato un grande lavoro di ridefinizione di chi sono, che ha un impatto reale anche sul piano prestativo. In questo viaggio sono stati preziosi i miei percorsi formativi, il respiro, il coaching, il camminare a piedi scalzi, la natura.
Convocata!
Adesso abbiamo un mondiale a cui pensare, e qui ad Abbadia San Salvatore sto vivendo un’esperienza incredibile in ritiro con le compagne di squadra.
Grazie a chi ha creduto in me sempre, anche quando ero più debole.
Per te…
Se ti va raccontami tra I commenti il tuo sogno e il tuo prossimo obiettivo.
Hai anche tu un “maybe” in questo momento? Raccontamelo…
Un plus respiratorio
Se ci sono situazioni che senti, con dispiacere, non essere in tuo pieno controllo:
Inspira su 3 secondi con il diaframma, immaginando ciò che ti turba
Sospendi il respiro a polmoni pieni per 5 secondi
Espira con un “sospiro fisiologico” dalla bocca (Ahhhhhhhhhh) mollando le tensioni e il controllo
Breve sospensione del respiro a polmoni vuoti di 2 o 3 secondi
Ripeti fino a quando ti senti meglio.
“Respiro Gigante” - Inspire
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Oggi…
Allenamento
Sono in ritiro ad Abbadia San Salvatore. Tanti km e tanta qualità!
In compagnia gli allenamenti volano con il sorriso, la fatica non pesa e si perde tra un incitamento e l’altro.
Un’esperienza che sta creando un gruppo affiatato, una squadra che ha voglia di combattere fino in fondo e che già vive la magia della Maglia Azzurra e dei mondiali.
Testa
Periodo strano, tra incredulità, confusione, delusione. Il tempo e l’ascolto fanno maturare emozioni e sentimenti.
Mi volto e riguardo questo lungo viaggio ancora in evoluzione… sorrido, sempre!